Il Santuario della Madonna di Polsi

Ai piedi di Montalto, massima cima del massiccio aspromontano, in una profonda e solitaria vallata dalle alte e scoscese pareti, sorge il Santuario dedicato alla Madonna della Montagna di Polsi. Originariamente, forse fu romitorio di uno o più monaci bizantini spinti verso i confini dell’impero dalla furia iconoclasta degli imperatori isaurici; o di qualcuno di quei monaci fuggiti dalla vicina Sicilia, sotto l’incalzare delle orde agarene durante la conquista araba dell’isola nel IX° secolo, ritiratosi in preghiera in quei luoghi solitari ed inaccessibili. Poi il sito fu abbandonato; forse a causa dell’estremo disagio e del rigore invernale.

La leggenda vuole che nel secolo XI, nel posto dove ora sorge la chiesa, sia stata rinvenuta da un pastore, una strana Croce di ferro, dissotterrata miracolosamente da un torello. La Croce è tutt’oggi conservata nel Santuario. A questo miracoloso rinvenimento si fa risalire l’origine del monastero che fu, per alcuni secoli, sotto la cura dei monaci dell’ordine di San Basilio Magno, praticanti il rito greco. Fu questo il periodo spiritualmente più ricco e intenso del monastero. Verso la fine del secolo XV, il sacro luogo passò sotto il governo di Abati commendatari, spesso dimoranti lontano da Polsi, interessati soltanto alle ricche prebende e rendite.

“Il Campanile è forse un soffio dell’arte antica resa rozza da quella natura selvaggia, una gemma perduta ai piedi di un monte? Io vedevo più in là del reale; vedevo quel che fu non quel che è. Quelle piccole case sembravano pochi alveari. Credevo di essere lì in uno degli splendidi sogni della fantasia: forse quelli sono asili aperti alle rondini di passaggio, alle aquile ferite. Invero, se ciò è un simbolo, è così.”

Corrado Alvaro, “Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia”

Il Santuario subì un lento e graduale declino fino al secolo XVII. Fu durante la prima metà di questo secolo che, il Vescovo di Gerace Idelfonso del Tufo, iniziò un’ispirata opera di rinascita culturale e religiosa a favore del Santuario. Programmò ed eseguì una serie di lavori e ricostruzioni che in breve cambiarono radicalmente il pio luogo. Ingrandì la chiesa e la rese più accogliente, la impreziosì con stucchi e decorazioni, secondo l’uso del tempo; fece di una piccola e modesta chiesetta di campagna, un vero tempio mariano, conservando, però, il bel campanile bizantino. Ripristinò il convento e le case intorno; ravvivò nel popolo della diocesi il culto e la fede verso la Madonna della Montagna, che del resto non si era mai spento. Il Santuario ritrovò lo splendore spirituale delle origini e divenne il santuario più conosciuto della Calabria, meta di pellegrini anche dalla vicina Sicilia.

Nel 1784 la Cassa Sacra, istituita per raccogliere fondi da destinare alle popolazioni colpite dal terribile terremoto del 1783, fece requisire al Santuario tutti gli arredi preziosi e le suppellettili sacre. L’ufficiale che eseguì la requisizione mise insieme più di un quintale tra oro e argento. Il Monastero subì anche la razzia del bestiame e delle derrate alimentari.

Nella chiesa di Polsi si venera un bellissimo simulacro della Madonna, in pietra tufacea, scolpito a tutto tondo da maestranze siciliane o napoletane. Nulla si sa dell’arrivo di questa statua nella valle, a parte le leggende. Alcuni autori, tra i quali Corrado Alvaro, ritengono che il trasferimento sia avvenuto verso la metà del secolo XVI. Del secolo XVIII è, invece, la statua lignea della Madonna; di essa si conosce la data d’arrivo a Polsi (1751) e il nome del donatore: Fulcone Antonio Ruffo principe di Scilla.

Il reperto più misterioso e, per certi versi inquietante, è la strana piccola Croce di ferro, dalla cui asta centrale si sviluppano due braccia dalle volute irregolari e singolari, non riscontrabili in nessun altro tipo di Croce. Sarebbe la Croce scavata dal torello e rinvenuta dal pastore vagante per i monti, alla ricerca del bovino smarrito, da cui è nato il culto polsino.

Il monastero conserva anche un’antica icona del tipo Brephokratausa del gruppo iconografico Odigitrìa (La vergine che reca il bambino). Notevole è la Via Crucis, con le stazioni in bassorilievi bronzei, culminante con la statua del Cristo risorto (opera dello scultore calabrese Giuseppe Correale) il cui itinerario si snoda, per più di un chilometro, su un’erta boscosa, tra castagni e querce centenarie. Dello stesso scultore sono le bellissime porte bronzee della chiesa, istoriate con episodi biblici e scene che ricordano i miracoli attribuiti alla Madonna. Preziosi i cancelletti della balaustra dell’altare maggiore, opera del celebre scultore calabrese Vincenzo Ieraci. In un piccolo museo, all’interno del Convento, sono conservati oggetti preziosi di varie epoche, paramenti sacri, immagini, libri e pergamene, ex voto, che sintetizzano la vera storia del Santuario.